Cenere

“Lisbona è distrutta e a Parigi si balla”, scrisse Voltaire in occasione del terremoto che sconvolse Lisbona nel 1755. Un’affermazione che determinò allora un vivace dibattito filosofico tra ottimisti e pessimisti, tra coloro che affermavano di vivere nel migliore dei mondi possibili e coloro che invece accusavano i primi “di non guardare in faccia e riconoscere lo scandalo intrinseco della catastrofe”.
Una frase che risuona oggi con inquietante attualità di fronte a un mondo dove la distruzione convive con l’intrattenimento, la rovina con l’indifferenza. Un riferimento non soltanto storico o letterario, ma chiave di lettura etica del presente.
Così come nel XVIII secolo si denunciava l’indifferenza di chi continuava a danzare mentre una città veniva annientata, Campus mette in scena un mondo contemporaneo anestetizzato, capace di osservare guerre, devastazioni ambientali e crisi umanitarie come eventi lontani, filtrati da schermi, immagini satellitari, riprese aeree. La catastrofe diventa spettacolo, informazione, flusso continuo.
Il paesaggio di Cenere è ridotto a una distesa monocroma, quasi astratta, in cui la cenere copre ogni cosa e annulla le differenze. I frammenti di carbone che affiorano dal suolo non rimandano a ciò che è stato, ma ne attestano l’assenza, sono resti muti, incapaci di restituire una memoria consolatoria. In questo senso, Campus lavora contro ogni estetizzazione della distruzione, rifiutando l’immagine seducente del disastro per restituirne la dimensione di perdita definitiva.
Fondamentale è il ruolo assegnato allo spettatore. La passerella rialzata impone un punto di vista dominante, che richiama esplicitamente lo sguardo tecnologico del drone o della sorveglianza satellitare. È uno sguardo che osserva senza toccare, senza sporcarsi, un paesaggio osservabile senza coinvolgimento corporeo. Campus non offre una posizione empatica, ma costringe chi guarda a riconoscersi in quella distanza.
In questo senso, l’opera funziona come una macchina di autocoscienza critica: chi guarda è costretto a ritrovarsi nello stesso sguardo che consuma quotidianamente immagini di guerre, territori devastati, disastri ambientali.
Cenere radicalizza una riflessione già presente all’interno della poetica di Ciriaco Campus, il paesaggio non è più luogo di proiezione utopica, ma archivio di una violenza sedimentata. La cenere, materia ultima della combustione, diventa figura di un mondo che ha bruciato le proprie possibilità, lasciando solo residui inerti e silenziosi.
In questo contesto, l’opera si configura come un contro-spettacolo: non offre immagini spettacolari, ma una visione impoverita, quasi insostenibile nella sua uniformità. Campus sottrae invece di aggiungere, svuota invece di mostrare, costruendo uno spazio in cui la responsabilità dello sguardo torna a essere una questione politica. Cenere non rappresenta la catastrofe: ne mette in crisi la visione, interrogando il modo stesso in cui il presente guarda alla propria distruzione. (testo di Silvano Manganaro)


Anno2026TecnicaCenere, carbone, passerella in tubi innocenti, neonDimensioniInstallazione ambientale

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